Il ruolo dell’Advisor nelle procedure di crisi: quando il piano diventa un rischio per il debitore

La crescente diffusione delle procedure di regolazione del sovraindebitamento ha reso centrale la figura dell’advisor. Un ruolo nato per orientare e tutelare il debitore, ma che nella prassi rischia, in alcuni casi, di trasformarsi in un ulteriore fattore di vulnerabilità.
Nel sistema delineato dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, l’advisor riveste un ruolo che va ben oltre la mera assistenza formale. È la figura chiamata a tradurre una situazione di difficoltà economica in una proposta giuridicamente sostenibile, costruendo un piano che tenga insieme reddito disponibile, massa debitoria e criteri di omologabilità. In questo senso, l’advisor nasce come soggetto di garanzia tecnica, chiamato a guidare il debitore in una fase di particolare fragilità. La funzione dell’advisor si colloca a monte della procedura. Prima ancora dell’intervento dell’OCC e del vaglio giudiziale, è l’advisor a incidere in modo decisivo sull’impostazione del piano, sulle percentuali di soddisfazione dei creditori e sulle aspettative che vengono create nel debitore. Proprio per questo, il piano non può essere concepito come un prodotto da collocare, ma come un atto giuridico che deve confrontarsi con prassi, orientamenti dei tribunali e limiti normativi ben definiti. Nella pratica applicativa, tuttavia, emergono criticità sempre più evidenti. In diversi casi, i tribunali si trovano a esaminare piani costruiti su presupposti irrealistici, con falcidie non compatibili con l’impianto normativo o con la concreta capacità reddituale del debitore. Proposte che difficilmente potrebbero superare il vaglio di omologazione e che finiscono per alimentare un traffico giuridico di procedure destinate all’insuccesso. Questo approccio produce un duplice effetto distorsivo. Da un lato, appesantisce il sistema giudiziario con pratiche ingestibili; dall’altro, espone il debitore a un rischio ulteriore. L’advisor che prospetta soluzioni non sostenibili crea aspettative che, una volta disattese, si traducono in frustrazione, perdita di tempo e, spesso, in un aggravamento della posizione economica. Il fallimento della procedura non è neutro: incide sulla credibilità del debitore e restringe ulteriormente le possibilità di intervento futuro. L’esperienza maturata nel tempo da Rimedia Solutions, a contatto quotidiano con situazioni di sovraindebitamento, ha portato a una riflessione netta su questo punto. L’advisor non può limitarsi a “vendere” un piano, né può costruire proposte fondate su logiche meramente commerciali. La responsabilità che grava su chi assiste il debitore è elevata, perché il piano rappresenta, spesso, l’unica occasione di riequilibrio per persone che vedono il proprio futuro affidato alle scelte di chi le segue. Da qui l’esigenza di un aggiornamento costante sulla prassi dei tribunali, sugli orientamenti applicativi e sull’evoluzione del quadro giuridico. La sostenibilità del piano non è una valutazione astratta, ma il risultato di un metodo che tiene conto dei limiti reali del sistema. Un advisor che ignora questi elementi non svolge una funzione di tutela, ma introduce un ulteriore fattore di rischio. In un contesto in cui il sovraindebitamento coinvolge sempre più famiglie e piccoli imprenditori, la qualità dell’assistenza assume un valore determinante. L’advisor può essere un presidio di equilibrio o una fonte di illusioni. La differenza non sta nella promessa di soluzioni drastiche, ma nella capacità di costruire percorsi realistici, omologabili e rispettosi della dignità economica del debitore.
